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L'Ultima Cena e la Madonna e santi con
committente Jacopo Tintoretto.
di Alessandra Crosato, Meduna di
Livenza - storia e immagini - dicembre 2003.
Le due tele del Tintoretto conservate a
Meduna, raffiguranti l'una l'Ultima Cena e
l'altra una Madonna e santi con committente,
appartengono indubbiamente alla primissima
fase di Jacopo.
Ciò sarebbe confermato in primo luogo
dall'occasione per cui esse furono
probabilmente eseguite - e cioè la
riconsacrazione della chiesa di S. Giovanni
Battista, avvenuta nel febbraio 1545
(circostanza testimoniata |

chiesa di san Giovanni Battista -
Ultima cena, 1545 ca. - olio su tela
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da un documento
ancor oggi conservato presso l'archivio
parrocchiale medunese) - oltre che
dall'evidente analogia stilistica con altre
opere tintorettiane dello stesso periodo.
L'Ultima Cena di Meduna, conservata nel'originale
cornice cinquecentesca, malgrado l'assenza
di prove documentarie va certamente legata a
una committenza proveniente dalla
confraternita del Santissimo Sacramento
attraverso l'importante patronato di una
delle più importanti famiglie che vi
facevano parte: i nobili Michiel. Tale
confraternita, che si doveva occupare della
cura del Sacramento e di altre azioni
caritative, nella maggioranza dei casi è la
committente di soggetti che rimandano
apertamente alla comunione, come l'Ultima
Cena appunto. Ed è all'interno della chiesa
di San Giovanni Battista che la
confraternita medunese del Sacramento
possedeva il proprio banco, cioè il luogo in
cui si tenevano le riunioni, le
deliberazioni, le celebrazioni (anche queste
occasioni sono testimoniate dal Libro della
Confraternita del Santissimo Sacramento
conservato nell'archivio parrocchiale).
La tela di Meduna è inoltre di fondamentale
importanza perché risulta essere il primo
esempio di un tema - l'Ultima Cena appunto -
che fu particolarmente caro al pittore e
alla sua committenza; infatti come è noto
dall'ampio catalogo tintorettiano,
l'episodio dell'Ultima Cena è uno dei
prediletti da Jacopo Robusti. Si tratta di
un tema che ricorre dagli inizi della sua
carriera; e il pittore vi ritorna fino agli
ultimi anni della sua vita (si pensi
all'Ultima Cena in San Giorgio Maggiore,
databile tra il 1592 e 1594 circa, anno di
morte del pittore).
La tela va datata al 1545 circa e presenta
notevoli somiglianze (sia di carattere
stilistico che di carattere compositivo) non
solo, come è già stato osservato, con il
telaio raffigurante il medesimo soggetto
eseguito per la chiesa veneziana di San
Marcula (datato 1547), ma anche con
un'Ultima Cena ora conservata in collezione
privata veneziana (databile intorno al
1546). |
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La pala
raffigurante la Madonna col Bambino,
san Giuseppe, san Giovanni Battista
e un committente, è anch'essa ormai
attribuita con una certa regolarità
a Tintoretto.
La tela, pesantemente ridipinta, è
stata portata alle condizioni
originarie solo dopo il restauro
operato nel 1994; prima
dell'intervento, infatti, lo stato
generale del dipinto era talmente
compromesso da non far pensare
neppure lontanamente a un'autografia
tintorettiana.
Dettagli minutissimi ricorrono in
certe opere del Tintoretto: è il
caso ad esempio della delicata
decorazione in oro dell'orlo della
veste di Maria che si ripropone in
varianti quasi identiche tra loto
sulle vesti dei personaggi (Maria
compresa) nell'Assunta e i dodici
apostoli conservata a Bagolino
(Brescia) o sulla veste di Cristo
nel Cristo e la Maddalena nella casa
del Fariseo.
Per quel che riguarda il committente
ritratto nel quadro, ancora una
volta siamo ricondotti alla famiglia
Michiel, l'unica in quel periodo in
grado di commissionare una così
prestigiosa opera, soprattutto
considerando che, proprio
all'interno della chiesa e
addirittura presso la cappella
maggiore, i Michiel possedevano la
tomba di famiglia.
E' anzi probabile che questa pala
fosse proprio la pala dell'altare
maggiore, vista la compresenza della
Sacra Famiglia e di san Giovanni,
santo titolare della chiesa. |
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E' curioso notare come il
committente sia riaffiorato solo
dopo l'ultimo restauro: era infatti
stato cancellato, coperto da
un'ampia ridipintura settecentesca.
Si trattò di una vera e propria
damnatio memoriae; i Michiel
infatti, a causa del loro
malgoverno, alla fine del Seicento
furono letteralmente cacciati dagli
abitanti della Terra della Meduna,
scomparendo così per sempre da
Meduna, dai documenti dell'archivio
e infine dalla chiesa parrocchiale. |
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