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Origine del castello di Meduna.
Cessate finalmente le invasioni degli Ungari,
le nostre popolazioni si diedero con
rinnovato fervore a riparare i danni subiti.
A difesa contro altre possibili invasioni
“sorsero da per tutto rocche e castella in
tanto numero che sembravano una selva” (L.A.
C. Muratori in “Annuali d’Italia”).
“Perciò è da credere che nel territorio
della diocesi nostra (Concordia) sorgessero
intorno a quell’epoca i castelli di Maniago,
di Castelnuovo, di Aviano, di Montereale, di
Torre, di Pinzano, di S. Stino e della
Meduna” .
Il palazzo del governo de “La Meduna”.
Sulla riva sinistra della Livenza, lungo la
strada che da Motta conduce a Pordenone, si
trova Meduna di Livenza. Il centro urbano
mostra segni di un’antica nobiltà; case e
strade fanno da contorno al grande palazzo
che dal 1984 è diventato sede comunale e
centro di attività socila e culturali.
Si tratta di un felice ritorno perché quel
palazzo per secoli fu la sede del governo di
un feudo che si estendeva su un territorio
assai più esteso dell’attuale Comune.
L’imponente edificio è costituito dalla
fusione di quanto resta dell’antico castello
con il palazzo dei Patrizi Veneti Michiel
della Meduna.
I resti del castello medioevale si trovano
nel lato sud-est. Si distinguono dalla
cornice a dente di sega sotto il tetto e da
una serie di finestre con arco romanico che
sono certamente del sec. XIII .
A quei muri è legata la parte più importante
della storia di Meduna.
Meduna nel medioevo.
Il castello di Meduna sorse attorno all’anno
Mille per iniziativa dei patriarchi di
Aquileja, probabilmente sulle fondamenta di
una rocca di parecchi secoli più antica .
Si tenga presente che, all’epoca della
costruzione del castello, un ramo della
Meduna, dopo aver raccolto le acque del
Fiume e del Sile, correva dentro il letto
del Sambellino. In tal modo il castello di
Meduna veniva trovarsi tra due grossi corsi
d’acqua: la Meduna e la Livenza.
Durante il medioevo, fino al 1420, il
Patriarcato di Aquileja non era soltanto
un’istituzione ecclesiastica, ma uno Stato
che si estendeva all’incirca quanto
l’attuale regione Friuli-Venezia Giulia. Il
confine ovest dello Stato Patriarcale, per
gran parte, era segnato dalla Livenza.
A difesa di questo confine si ergevano i
castelli di S. Stino, Meduna, Sacile, Caneva
ed altri.
Il primo documento che esplicitamente nomina
il castello di Meduna è del 1223 . In altri
documenti dello stesso anno sono ricordate
la casa del Patriarca in Meduna e la chiesa
.
Attorno al castello sorgevano le modeste
abitazioni di quanti avevano l’obbligo di
prestazioni nel castello e verso il
Patriarca. Queste abitazioni costituivano il
borgo. È significativo notare che in un
documento del 1702 si ricorda ancora che
quella parte di Meduna si nominava
anticamente “li Borghi” .
La prima famiglia insediata nel castello,
secondo il costume del tempo, prese il nome
dal castello stesso: si chiamò “Di Meduna” .
Il castello non era un edificio privato, ma
la sede del governo feudale, l’abitazione
del feudatario e, in caso di pericolo, luogo
di rifugio per la popolazione.
Meduna apparteneva al genere dei feudi
d’abitanza e, pertanto, il castellano aveva
l’obbligo di risiedervi; era una gastaldia,
dipendeva direttamente dal Patriarca ed era
amministrata da un funzionario patriarcale
detto gastaldo .
Durante l’epoca patriarcale la gastaldia di
Meduna estese gradualmente la sua
giurisdizione sui seguenti luoghi: Methuna
la villa, Pasian di Sotto, Azzanello,
Brischi, Squarzareto, More, Masi,
Cordohabat, Quartarezza, Danon, Cydrugno,
Pra Maior, Pra di Pozzo, Zoppina,
Oltrefossa, Spadacenta, Sotto la Motta .
Meduna mandava suoi rappresentanti al
Parlamento dello Stato Patriarcale ed aveva
l’obbligo, in caso di guerra, di fornire un
determinato numero di gente armata .
Nel governo del feudo e nell’amministrazione
della giustizia, il gastaldo era assistito
dagli astanti, carica ereditaria detenuta da
alcune famiglie (non più di tredici).
Nei pressi del castello c’erano la
“beccarla”, l’osteria e il forno; entro la
cinta muraria, dal 1363, annualmente si
svolgevano due fiere franche .
I servi della gleba allevavano bestiame,
andavano a legna nei boschi e aravano i
migliori appezzamenti di terra, ma non
conoscevano il grano turco, le patate e
tante varietà di frutta.
I servi di masnada erano addetti ai vari
servizi nel castello.
Poiché il castello e il territorio del feudo
di Meduna si trovavano ai confini dello
Stato Patriarcale, furono fatalmente
coinvolti in fatti di guerra.
Nel 1305 Rizzardo da Camino occupò Caneva,
Sacile e altri territori dello Stato
Patriarcale. Andati a vuoto i tentativi per
comporre pacificamente la vertenza, il
Patriarca Ottobono mosse guerra a Rizzardo.
Fece gettare un ponte sulla Livenza nei
pressi del castello di Meduna con
l’intenzione di invadere il territorio del
nemico, ma incontrò fiera resistenza. Il
ponte non fu portato a termine e molti
furono i morti e i prigionieri dall’una e
l’altra parte. I combattimenti cessarono per
l’avanzare della stagione fredda.
I Da Camino, che già possedevano Motta,
ebbero sempre mire su Meduna. Negli anni
1326 e 1327 per avere Meduna ordirono una
congiura corrompendo i castellani di Meduna
e quelli di Panigai. La congiura fu scoperta
e i congiurati, perché rei di fellonia,
furono banditi dal territorio.
I Da Camino finalmente ottennero dal
Patriarca Pagano della torre la gastaldia di
Meduna, ma l’ebbero par poco tempo perché il
nuovo Patriarca Bertrando, nel 1336, li
costrinse a restituirla.
Dal 1381 al 1388 lo Stato Patriarcale fu
dilaniato da discordie interne tra fautori e
avversari del Patriarca Filippo d’Alençon.
Gli avversari del Patriarca si unirono in
una lega denominata Felice Unione appoggiata
da Veneziani e dagli Scaligeri signori di
Verona; i fautori del Patriarca erano
appoggiati dagli Ungheresi e dai signori di
Padova, i Da Carrara.
La gastaldia di Meduna si schierò dalla
parte del Patriarca, ma nel 1385 e 1386, per
cause che non si conoscono, passò dalla
parte della Felice Unione.
Per questo fatto fu duramente punita. Nel
novembre 1386 le truppe di Facino Cane,
condottiero al soldo dei fautori del
patriarca, dopo aver occupato Sacile e aver
risparmiato il castello di Prata dietro
compenso di denaro, “si gettarono su Meduna
e la presero d’assalto, mettendola a ferro e
fuoco, commettendo in quell’infelice terra
grandi iniquità e scelleratezze” (F. di
Manzano – Annali del Friuli).
“Il 17 gennaio seguente la compagnia di
Facino Cane era ancora di stanza a Meduna;
quei di Prata, profittando del momento che
il condottiero stava nei pressi di Udine,
assalirono la borgata e, non essendovi
presidio sufficiente a difenderla la misero
a sacco e a fuoco, bruciando anche la rocca
con le poche case rimaste che spianarono
completamente… Così il paese fu due volte
distrutto a causa le rivalità dei maggiori
contendenti” .
Meduna non si era ancora ripresa dalle
ferite, quando lo Stato Patriarcale fu
scosso da altre gravi discordie interne.
Nel 1409 papa Gregorio XII, il veneziano
Angelo Correr, depose il Patriarca
d’Aquileja Antonio Pancera suscitando un
vero pandemonio. I castellani di Polcenigo,
Porcia, Brugnera, Prata e S. Vito
appoggiarono la decisione papale, mentre
Meduna (retta da un gastaldo, cioè un
funzionario patriarcale) si schierò dalla
parte del deposto Patriarca.
Nel maggio dello stesso anno il Papa per
raggiungere Cividale sceglie il seguente
itinerario; giungere per via fluviale a
Torre di Mosto, proseguire per terra
passando per Corbolone, Lorenzaga, Muggia,
Meduna e Rivarotta e prendere alloggio nel
ben munito castello di Prata. Per
scongiurare il pericolo che i Medunesi
ostacolino il viaggio del Papa, qualche
giorno prima dell’arrivo del pontefice, i
conti di Prata occupano con la forza il
castello di Meduna. Dopo il Passaggio del
Papa il castello resta nelle mani dei conti
di Prata.
Nel giugno dell’anno seguente Natale
Pancera, fratello del Patriarca deposto,
assieme a Bartolomeo di Maniaco, “di notte,
con i loro seguaci, si portarono da
Portogruaro a Meduna per terra e per acqua.
Tagliati i legami del ponte, al suono delle
trombe, penetrarono in paese, si portarono
sotto le mura del castello e lo attaccarono
vigorosamente, costringendo i difensori alla
resa.
Durante il combattimento vi furono due morti
ed alcuni feriti; venticinque uomini furono
fatti prigionieri e condotti in carcere a
Portogruaro. La terra fu saccheggiata; circa
duecento case vennero predate ed incendiate.
Solo la chiesa fu risparmiata” .
Il fatto suscitò profonda indignazione in
tutto il Friuli.
Lo Stato Patriarcale ormai era all’agonia.
Venezia, desiderosa di espandersi in terra
ferma, vedendo che i tempi erano maturi
assoldò nel 1418 il capitano di ventura
conte Filippo Arcelli e lo mandò contro il
Friuli.
In breve ad uno ad uno tutti i castelli
capitolarono o fecero atto di sottomissione
a Venezia. Meduna passò all’ombra del
gonfalone di S. Marco il 29 maggio 1420. |
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